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Museo Lanciani - La Triade Capitolina
Museo Lanciani - Il Chiostro
Complesso San Michele Arcangelo
Museo Lanciani - Ingresso
Museo Lanciani - Testa di statua femminile
Museo Lanciani - Corridoi Espositivi
Museo Lanciani - Mosaico con raffigurazione di Europa sul Toro
Museo Lanciani - Frammento di Sarcofano con figura di Nereide

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Orari e Info

Museo Civico "Rodolfo Lanciani"
Montecelio – ex Convento San Michele – via XXV Aprile, 43

Direttore del Museo: Dott. Gerardo Argentino
Conservatore Museale: Dott.ssa Valentina Cipollari

Informazioni generali
Tel. 0774.51.10.53 - contatti@museolanciani.it

Prenotazioni servizi e visite gruppi
Tel. 333.844.61.42 - Fax 0774.19.20.396 - info@prismacultura.it

Orario apertura
invernale:
Martedì - Venerdì, 10.00-17.00 – Sabato e Domenica, 9.00-17.00
estivo:
Martedì - Venerdì, 10.00-13.00 / 16.00-19.00
Sabato e Domenica, 10.00-19.00

Biglietti
Biglietto intero: € 3,00
Biglietto ridotto: € 1,00
Biglietto gratuito

Regolamento
Si pregano i visitatori di attenersi ad alcune regole di comportamento e si ricorda alle guide turistiche, agli operatori didattici e agli insegnanti che i singoli gruppi non possono superare le 25 unità.

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  • Storia del Museo
  • Rodolfo Lanciani
  • La Triade Capitolina

La Chiesa ed il Convento di S. Michele Arcangelo sul Monte Albano appaiono come il complesso storicamente più interessante dal punto di vista architettonico e paesaggistico dell'intero territorio comunale. Proprio questo motivo e la pregevole situazione ambientale che circonda la struttura, hanno spinto l’Amministrazione comunale ad avviare un imponente restauro che dura da circa trent’anni soprattutto perché il grande convento, per una serie di vicissitudini dovute a problemi bellici o ad usi impropri degli spazi, si presentava in precario stato di conservazione. Solo nel 2012, la possibilità di ospitare la mostra itinerante “Archeologi tra ‘800 e ‘900. Città e monumenti riscoperti tra Etruria e Lazio Antico” ha in qualche modo fornito il motivo per trasformare il pian terreno del Convento di San Michele Arcangelo, svettante sulla piana tiburtina, in un luogo espositivo con la conseguente apertura del Museo Civico dedicato a Rodolfo Lanciani. Grazie alla mostra la città ha potuto esporre il celebre gruppo scultoreo della Triade capitolina, altrimenti conservato nel Museo nazionale di Palestrina. Ma la proposta di trasferimento dell’Antiquarium comunale “Don Celestino Piccolini” dalla sede nell’Oratorio di via Monte Albano 5, oramai divenuta insufficiente a contenere i reperti archeologici sempre più numerosi , molti dei quali degni di adeguata esposizione, data ad alcuni anni or sono Il convento occupa la parte sommitale del Monte Albano (m 370), una delle cime dei Monti Cornicolani, che insieme all’altura della Rocca forma l’abitato di Montecelio. Le due alture furono occupate dall’uomo fin dall’epoca antica, in particolare per quella della Rocca gli studi archeologici formulano l’ipotesi di una coincidenza con l’antico centro di Corniculum, uno dei luoghi, come ci informa Tito Livio (Ab Urbe condita, I, 38) finito nell’orbita romana per mano di Tarquinio Prisco e di cui lo storico greco Dionigi di Alicarnasso ci offre una interessante narrazione della sua conquista (Antichità romane, I, 50). Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (III, 68) annovera questo centro tra quelli di cui, dopo la presa, non si farà più menzione. Il nome dell’abitato, Corniculum, si riferirebbe alla forma di piccolo corno di cui le alture che spiccano nel paesaggio piatto, assumono la fisionomia. Un luogo simile, sufficientemente difendibile con una tale potenza di avvistamento e di controllo di un vasto e fertile territorio, non poteva non attrarre l’insediamento dell’uomo, che a più riprese, non solo in epoca antica, occuperà le alture. Monte Albano mostra tracce di un’occupazione piuttosto antica: nel periodo del Bronzo Finale (X-IX secolo a.C.) sulle pendici della collina di Monte Albano si dovevano trovare alcuni nuclei di abitati di capanne le cui tracce sono ben documentate da un gruppo di vasi altamente rappresentativi esposti nella sezione Protostorica della mostra presso il Museo Lanciani. Le pendici di Monte Albano, meno scoscese di quelle della vicina Rocca, risultavano più adatte alla coltivazione. Significative aree destinate alle sepolture dovevano estendersi sempre sulle pendici orientali del colle ma più in basso. Secondo la ricostruzione dello studioso francese J. Coste , su entrambe le alture, l’attuale Rocca e Monte Albano furono fondati due “castra” ad un secolo di distanza l’uno dall’altro: il Castrum Monticeliorum, nel X secolo e quello denominato Montis Albani, nell’XI secolo. La fondazione dei due luoghi va attribuita ai Crescenzi di Sabina, mediante divisione ereditaria.

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      Passò quindi in proprietà del monastero di S. Paolo proprio agli inizi del ‘200 che per altri due secoli manterrà il suo possedimento. Solo nel 1436 questi possedimenti verranno venduti dalla Chiesa alla famiglia degli Orsini. Monte Albano era quasi totalmente abbandonato al momento della vendita, vi rimaneva isolata la chiesa di S. Angelo. Fondamentale per gli sviluppi edilizi successivi che avverranno sull’altura sarà la generosa donazione avvenuta nel corso del ‘600 ad opera del Cavalier Marco Valenti che trasmise ai Frati Minori la chiesuola da lui eretta in onore di S. Michele con tutte le sue pertinenze4 perché in questo luogo fosse eretto un convento che già nel 1708 doveva essere pronto poiché i frati vi dimoravano. A questa prima costruzione, negli anni a seguire, verranno aggiunti altri tre lati del dormitorio ed il muro di cinta del giardino. Nel decennio successivo si diede l’avvio ai lavori per la realizzazione di una nuova chiesa, poiché quella donata da Marco Valenti era ormai inadeguata. Su progetto dell’architetto romano Alfieri, secondo quanto ci riferisce D. Celestino Piccolini5, nel 1724 si pose la prima pietra6. La chiesa fu aperta al culto nel 1745. All’edifico si accede da un sagrato sollevato da alcuni gradini dal piazzale dove precedentemente era ubicata la piccola chiesa originaria, abbattuta nel 1741. La facciata culmina in un timpano triangolare ingentilito da due grandi mensole. Il campanile si trova sul lato sinistro. L’interno della chiesa, costituito da un’unica navata, è caratterizzato dalla presenza di due piccole cappelle per lato; l’aula è separata dalla zona presbiteriale da una balaustra marmorea che inquadra il grande altare. Chiude il presbiterio l’iconostasi con due nicchie dove erano collocate le statue lignee di S. Francesco e S. Antonio; nella zona retrostante si sviluppa il grande coro ligneo del 1769, opera dell’artista Frate Celestino da Quarona che realizzò anche i confessionali, sormontato da una grande rappresentazione di S. Michele, copia settecentesca del quadro di Guido Reni conservato nella chiesa romana dei Cappuccini in Via Veneto. A sinistra si sviluppa l’ampia sala destinata a sacrestia. Molte e pregevoli decorazioni furono realizzate dagli stessi religiosi francescani fra cui spicca l’opera di Padre Michelangelo Cianti, rinomato pittore, collocabile tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo successivo. Egli contribuì alla decorazione della volta con l’Assunzione della Vergine e realizzò i due dipinti murali che decorano le tribune, a sinistra l’approvazione della regola francescana da parte di Innocenzo III, ora quasi del tutto perduto e a destra l’apoteosi di S. Francesco. Alla chiesa si affianca il convento che si sviluppa con i suoi bracci intorno al chiostro con pozzo centrale e cisterna sottostante. Sul chiostro gravitava la sala capitolare e attraverso un corridoio con altri vani di servizio si accedeva al vasto refettorio. Le lunette del chiostro sono decorate con scene della vita di S. Francesco, realizzate nell’ultimo trentennio del Settecento, altre tracce di decorazione riferibili alla rappresentazione dell’Ultima Cena sono state riconosciute più recentemente nel refettorio. In una piccola lunetta alla base di una delle scale per il piano superiore sono rappresentati S. Domenico e S. Francesco. Al piano superiore erano le celle dei frati, la stanza del Priore ed una cucina. Attraverso un ampia galleria è possibile raggiungere la galleria dell’organo. Il convento e la chiesa prospettano su un vasto piazzale e sui lati e sul retro è un notevole giardino che ripete le dimensioni del primitivo appezzamento donato ai frati conventuali dal Cavalier Valenti. Il panorama che si offre allo spettatore è particolarmente interessante e consente di intuire le possibilità di controllo dell’altura che furono uno dei principali motivi di occupazione di questo luogo. La collezione archeologica di cui il comune di Guidonia Montecelio dispone, concessa in deposito dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, è piuttosto cospicua. Lo stesso comune ha disposto di destinare il piano terreno del convento di S. Michele all’esposizione di questi numerosissimi reperti. I ritrovamenti, costituiti da materiale ceramico, scultoreo, da decorazioni architettoniche, da collezioni numismatiche e metalli, sono tutti riferibili al territorio comunale che dimostra così la frequentazione dell’uomo, sia pure in forme diverse, dalla Preistoria senza soluzioni di continuità fino ad oggi. Il nuovo Museo è dedicato ad un illustre figura originaria di Montecelio, Rodolfo Lanciani, ingegnere ed architetto, professore di Topografia romana presso l’Università La Sapienza fino al 19221. Grande comunicatore, le sue lezioni erano seguite oltre che dagli studenti, da un folto pubblico “in prevalenza esotico, di ascoltatori, venerandi pensionati, e signore, specialmente britanniche”. Encomiabile il suo impegno in un ciclo di conferenze tenute negli Stati Uniti tra il 1886-87 che si proponeva di far conoscere all’esterno il nostro immenso patrimonio culturale.

      rodolfo-lancianiLa figura di Rodolfo Lanciani è una delle più complesse che il mondo archeologico romano abbia generato tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Definito “principe della topografia romana”, egli si pone per chi affronta lo studio dell’Urbe così come dei numerosi centri laziali che lo studioso visitò con impegno scientifico, come un punto di partenza irrinunciabile. Lanciani nacque nel 1845 a Roma, dove la sua famiglia si era trasferita da tempo a causa del lavoro del padre, l’ architetto Pietro, ingegnere capo dello Stato Pontificio già dal 1829. Per un vezzo personale preferiva dire di essere nato a Montecelio, centro della provincia orientale di Roma, oggi inglobato nel più ampio e di recente formazione (1937) comune di Guidonia-Montecelio, da cui la famiglia proveniva e di cui era una delle più importanti fin dal 1600. La sua affezione per Montecelio (la Monticelli nota dalle carte topografiche dei secoli scorsi, identificata dagli studi con l’antica Corniculum) si manifestò in ogni momento della sua vita testimoniata dal celebre discorso tenuto dall’ormai anziano Senatore Lanciani, a Montecelio nel 1922, in cui egli si definì enfaticamente “Civis Corniculanus”. Dopo la laurea in Filosofia e Matematica nel 1865, frequentò il triennio della Scuola Speciale degli Ingegneri, divenendo Architetto e Ingegnere Civile (1867-1868). Lo stretto rapporto del giovane Rodolfo con l’archeologia venne sostenuto dall’amicizia con il fondatore dell’Archeologia Cristiana, Giovanni Battista De Rossi e dalla frequentazione di Carlo Ludovico Visconti che lo aveva già inserito negli scavi di Ostia antica. Uno degli aspetti che catturano l’attenzione di chi esamina la figura di questo illustre studioso, nasce sicuramente dal connubio, tutto personale, tra le due formazioni, classica e scientifica che grazie ai suoi studi in lui convivevano armoniosamente e che egli applicava con costanza. A lui il merito di essere stato il primo a fondere le capacità organizzative e tecniche tipiche del suo essere ingegnere con le qualità prettamente umanistiche finora utilizzate nell’approccio archeologico; il nuovo sistema di Lanciani si evidenzia nell’enorme massa di scritti corredati da schizzi e disegni che aprono la strada alla descrizione grafica dello scavo supportati da una profonda ricerca d’archivio . Assai precocemente ottenne la cattedra di Topografia Romana all’Università di Roma nel difficile periodo post unitario a partire dall’anno accademico 1878-1879, mantenendo l’insegnamento per ben quarantaquattro anni fino al 1922. Poco incline a frequentare il mondo accademico, non amava nemmeno partecipare alle vivaci dispute che si accendevano tra i colleghi, impegnati a muoversi in un’istituzione che proprio in quegli anni si stava formando in senso moderno. Il Professore, però, aveva la capacità di appassionare chiunque con le sue lezioni che risultavano, per questo, tra le più seguite. Unico tra gli archeologi italiani, intorno al 1886/1887, fu invitato a tenere una serie di conferenze in numerose Università degli Stati Uniti seguite da grandissimo pubblico, anche alla presenza del Presidente degli Stati Uniti. La sua familiarità con le lingue straniere, la sua ammirazione per il mondo anglosassone ne fecero un uomo davvero fuori dal comune; con le numerose collaborazioni a riviste inglesi e con le sue pubblicazioni in questa lingua (tra queste si citano Ancient Rome in the light of Recent Discoveries del 1888, ristampato più volte, The Ruins and Excavations of Ancient Rome del 1897, quindi New Tales of Old Rome del 1901 e molte altre ancora) contribuì a diffondere l’archeologia italiana oltre confine. E’ fondamentale la sua collaborazione alla Mostra archeologica realizzata nel 1911 in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia per celebrare e presentare ad un pubblico internazionale la ricchezza e la molteplicità delle nostre risorse culturali, rilevante la scelta del sito delle celebrazioni, che entrò per queste circostanze nel patrimonio statale. Tra le sue opere rimane ancora oggi fondamentale per la conoscenza dell’Urbe la sua opera “Forma Urbis Romae”, difficile lavoro articolato in quarantasei tavole, “punto di riferimento fondamentale per gli studi di topografia romana” in cui vengono sottolineati i rapporti tra la città antica e la città moderna. La “Storia degli Scavi di Roma e notizie intorno alle collezioni romane di antichità” è un lavoro in quattro volumi pubblicato tra il 1902 e il 1910, sulla città in continuo mutamento, che da secoli divora se stessa, e manifestamente narra anche della sua distruzione. In questa opera viene raccolto sistematicamente tutto il materiale accumulato dal Lanciani nel periodo delle più interessanti scoperte avvenute a Roma in balia, in quegli anni, della frenesia costruttiva avviata nel periodo post unitario. L’impegno politico con la nomina a Senatore del Regno d’Italia e i numerosi incarichi ottenuti nell’amministrazione capitolina tra il 1914 e il 1920, nel difficile periodo della I Guerra mondiale, contribuiscono a delineare una personalità di rilievo nel panorama culturale europeo, capace di traghettare l’archeologia italiana verso nuovi orizzonti. Morì a Roma il 21 maggio del 1929, aveva ottantaquattro anni. Dieci giorni dopo il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, definendolo “principe della topografia romana” e ricordando la sua opera “Storia degli scavi” , ne celebrava “la nobiltà d’animo, la cortesia e la signorilità dei modi”.

      Il gruppo scultoreo della Triade Capitolina

      Apparve prima una testa, al centro. Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro eppure delicato di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali e al tempo stesso soavi di una sposa divina, assisa a fianco degli altri personaggi”.
      (dal racconto di Valerio Massimo Manfredi “Gli dei dell’Impero”in Archanes e altri racconti, Mondadori 2010).

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      La Triade Capitolina, esposta nel Museo Civico Archeologico "Rodolfo Lanciani" a Montecelio dall’aprile 2012ed affidata con regolare autorizzazione del MIBACT all’Amministrazione Comunale di Guidonia Montecelio dallo scorso anno, rappresenta per tutti noi che la osserviamo un documento di grandissimo valore. Innanzitutto, come è evidente, dal punto di vista iconografico poiché si tratta della rappresentazione più completa a tutto tondo del gruppo di divinità tutelari dello Stato romano: Giove al centro, Minerva alla sua destra e Giunone a sinistra sono descritti con tale dovizia di particolari che l’osservazione del la scultura richiede un certo lasso di tempo per coglierli tutti. Esistono raffigurazioni su medaglioni, rilievi, monete, ma pochi sono i frammenti di statue quasi tutti provenienti dai numerosi templi (Capitolia) dedicati alla Triade. Non è secondaria l’ammirazione e la gratitudine per le forze dell’Ordine, in questo caso per i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio artistico, il cui lavoro di investigazione ha reso possibile, con l’operazione “Giunone”, il recupero del gruppo rapinato a tutti i cittadini italiani che hanno a cuore la loro cultura nazionale perché fonte di comune identità, da uomini privi di scrupoli. Sì perché proprio da uno scavo clandestino nella tenuta dell’Inviolata, raccontato con consumata maestria dall’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi, si dipanarono tanti risvolti che ancora oggi, a distanza di vent’anni, siamo ancora attratti da tutta la vicenda come fosse un romanzo giallo con tutti gli ingredienti enti al posto giusto (la Triade nei panni della vittima, gli assassini i suoi trafugatori, gli investigatori i Carabinieri con soluzione finale positiva). Non è nemmeno da trascurare, ma anzi da porre in risalto, la capacità di una cittadinanza, quella nel cui territorio avvenne negli anni ’90 il furto, di aver saputo mantenere sempre vivo il desiderio di poter recuperare prima o poi il prestigioso simulacro, desiderio avveratosi come già detto lo scorso anno. Quindi mentre osserviamo il pregevole gruppo nell’ultima sala del Museo Rodolfo Lanciani non dobbiamo dimenticare che vi si fondono molti elementi positivi alcuni dei quali si riassumono nello stato di conservazione e nella ricchezza descrittiva, nel senso dello Stato e nell’attaccamento alle proprie radici.

      Breve scheda della Triade Capitolina

      Il gruppo è scolpito in marmo lunense, alto cm 90 per 120, la profondità è di 60 cm. Risulta molto lacunoso sia per quanto riguarda le figure delle divinità sia per gli attributi che le accompagnano. Minerva è priva del braccio destro dalla spalla all’avambraccio, manca il braccio sinistro di Giove, rotto all’altezza dell’omero; Giunone manca dell’avambraccio destro. Sono riscontrabili fratture e sbrecciature nelle teste di tutte e tre le divinità. Una frattura interessa anche il sedile e la spalliera. Una delle zampe del trono fu restaurata già anticamente. Gravi lacune si notano anche nelle piccole Vittorie di cui solo quella che incorona Giunone appare meglio conservata. Gli animali sacri ai piedi delle divinità sono anch’essi privi di molti elementi. Le tracce di colore indicano che il gruppo doveva essere policromo. Il restauro fu eseguito dall’Istituto Centrale per il Restauro.

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      Su un unico sedile con spalliera sono collocate le divinità tutelati dello Stato romano: Giove al centro, Giunone alla sua sinistra, a destra Minerva. Ciascuna delle figure porta con sé gli attributi canonici ed è accompagnata dall’animale sacro che si posa sulla base del sedile. Giove, a torso nudo, indossa solo da un mantello che dalle spalle scende a coprire le ginocchia; con la mano appoggiata in grembo sorregge un fascio di fulmini e con la sinistra tiene lo scettro. Un’aquila ad ali spiegate, posta tra Minerva e Giove, ha il capo rivolto verso il dio. Giunone, vestita con un chitone allacciato sotto il seno, ha il velo trattenuto da un alto diadema; con la mano destra sosteneva una patera e con la sinistra uno scettro; ai suoi piedi troviamo il pavone con larga ruota, assolutamente liscia priva di caratterizzazioni. Anche se è ciò è stato messo in relazione con una mancanza di rifinitura, si potrebbe pensare che il piumaggio fosse reso con la pittura che come si evince dalle tracce, ricopriva il gruppo. La dea Minerva, vestita come Giunone, doveva afferrare la lancia con la mano sinistra mentre con la destra sorreggeva l’elmo corinzio sollevato sul capo, particolare gesto che come nel caso di un piccolo rilievo in travertino del Museo Nazionale Romano con raffigurazione di Triade assai simile è stato interpretato come segno di epifania; sulla base del sedile è accovacciata la civetta sacra alla dea. Dietro il capo di ciascuna divinità erano tre piccole Vittorie, oggi conservate quasi esclusivamente nella parte inferiore, che incoronavano gli dei rispettivamente Minerva con foglie di alloro, Giove con foglie di quercia e Giunone con petali di rose. Numerosi gli studi condotti sul gruppo (cui si rimanda per completezza di informazioni in bibliografia) che doveva essere collocato in una villa di ampie proporzioni nella tenuta dell’Inviolata. Scavi condotti negli anni Novanta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio hanno parzialmente messo in evidenza strutture in base alle quali si può definire un’estensione del complesso di circa 10.000 mq., ed una serie di fasi edilizie che permettono di precisare che si tratta di una residenza frequentata dal I secolo a.C. alla piena età imperiale.Il gruppo scultoreo, trafugato nel 1992 e recuperato nel 1994 dal Nucleo Tutela P.A. dei Carabinieri, riveste fondamentale importanza per la integrità dei particolari acquistando, pertanto, un altissimo valore documentario pur se l’opera complessivamente rivela attraverso i particolari non finiti, l’uso insistente del trapano e le rigide pieghe dei panneggi un’esecuzione di buon livello artigianale. E’ stata avanzata l’ipotesi di una collocazione del gruppo marmoreo nel Larario della villa, avvalorata dalla possibilità che la consunzione del piede destro di Minerva sia dovuta probabilmente all’uso di toccare per devozione la divinità. Si tratterebbe, pertanto, della prova di una trasmissione di un culto tradizionalmente pubblico in ambito privato, sia pur di altissimo livello. La scultura, ispirata a modelli classici, in base alla tecnica esecutiva è stata posta tra il 160 e il 180 d.C. 

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